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Tutti i miei animali

Un giorno guardai mia sorella e mia sorella guardò me.
“Hai qualcosa di diverso, la tua mascella ha preso una strana forma mussoliniana.” le dissi con diplomazia.
“Vedessi la tua, sembra tu abbia ingoiato un ferro da stiro.”rispose lei con tatto.
Decidemmo così di andare dal medico di famiglia per scoprire cosa fosse quell’attacco di mascellite che aveva colpito entrambe. Il medico ci guardò con aria pensosa, ci controllò la gola e poi sbuffò. Prese il blocco delle ricette e scrisse per un tempo indefinito che a noi sembrò lunghissimo.
“E quindi?” azzardò mia sorella.
“Linfonodi ingrossati. Esami del sangue. Così scopriamo che infezione è.”
Col suo modo di fare asciutto e telegrafico ci spedì a farci bucherellare le braccia da quello che noi in casa abbiamo sempre chiamato il medico Vampiro. Dopo una settimana di attesa col fiato sospeso arrivarono finalmente gli esiti delle analisi. In mezzo a un papiro di numeri incomprensibili si nascondeva lui, un piccolo asterisco che mi guardava beffardo. “Sono qua tra l’ematocrito e le piastrine.” mi disse quell’essere sconosciuto. Tornammo dal medico per capire meglio: “Toxoplasmosi.” fu la sua diagnosi e questa volta ci spedì al reparto ‘malattie infettive e tropicali’ dell’ospedale Sacco. Lì, tra poster di ragni tropicali e opuscoli informativi sulla febbre gialla, un medico ci guardò la lingua e le orecchie. Poi ci auscultò, pizzicò la pancia a entrambe e infine ci chiese di parlargli dei nostri animali.
“Attualmente l’unico animale che gira per casa è il Panzone, il mio fidanzato.”
Il medico alzò un sopracciglio e disse: “Altre bestie? Cani, gatti o iguane? Anche animali che non avete più.” Fu così che quella visita medica divenne quasi una seduta di psicoanalisi durante la quale ripercorremmo la nostra infanzia a caccia delle povere bestiole finite tra le nostre mani. Dai conigli di mio nonno materno che un giorno si improvvisò allevatore, purtroppo con scarso successo visto che morivano tutti; ai criceti di mia sorella maggiore che si riproducevano senza sosta e mangiavano foglie di insalata e carote. Dalla tartarughina tristemente chiamata VerdinGiallina e sbadatamente dimenticata da mio fratello sul balcone di casa in pieno agosto a Emma, una bellissima cagnolina bianca e nera che aveva l’abitudine di leccarci i piedi.  Per non parlare di Pippo e Titti, una coppia di pappagallini la cui storia avrebbe fatto impazzire Bruno Vespa. Infatti Pippo si rivelò un terribile uxoricida e anche quando provammo a mettergli accanto una nuova Titti uccise ancora. Ma questa è un’altra storia e senza il plastico della gabbietta non è facile raccontarla.