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Il Cosacco del Naviglio

Ama il freddo alla follia, si definisce comunista e parla il russo. È un ufficiale politico mandato a spiare lo sgangherato capitalismo italiano? No, è semplicemente il Panzone attualmente soprannominato il Cosacco del Naviglio. Visto il gelo siberiano di questi giorni, gira per Milano con un vistoso colbacco di pelo regalatogli dalla sottoscritta e da lui definito “il più bel regalo che abbia mai ricevuto dalla caduta del muro di Berlino”.
Nel 1989 il Panzone aveva appena tredici anni e di fronte alla madre che voleva fargli studiare l’inglese portò avanti la sua prima battaglia e puntando i piedi ottenne l’iscrizione al corso di russo. Nei suoi occhi da bambino c’erano il cosmonauta Jurij Gagarin, i treni persi nella neve della Siberia e il sogno di sbronzarsi con la vodka. Negli stessi anni, a circa seicento chilometri di distanza, la sottoscritta all’epoca settenne chiusa nella propria cameretta giocava con le Barbie alla rivoluzione francese insieme alla sorellina. “Brava compagna!” esclama il Panzone dandomi una pacca sulla spalla.
“Ma quale brava!” protesta mio padre, “tornavo dall’ufficio stanco morto e passavo le serate a incollare teste di bambole per delle figlie che somigliavano sempre di più a Robespierre.” E così le nostre Barbie, dopo il bagno di colla cui le sottoponeva mio padre, da damine settecentesche prendevano un aspetto andreottiano con quella la testa incassata sul collo che non si poteva più muovere.
Ma il Cosacco del Naviglio non si cura di questi dettagli e riprende la sua marcia nella neve milanese andando a infilarsi di proposito nei mucchi più alti perché “non sono mica una mammoletta!” Aspira a pieni polmoni l’aria fredda a torso nudo sul balcone di casa e di nascosto da me prende gli antidolorifici per il torcicollo, perché nessuno, neanche il più vero dei russi, è immune ai colpi di freddo.

Toccata e fuga

Mio padre ha un modo tutto suo di passeggiare. Cammina a passo deciso, tiene le braccia incrociate dietro la schiena e lo sguardo fisso per terra. Con la sua fedele pipa in bocca manda così tanti sbuffi di fumo da sembrare una vecchia locomotiva a vapore. Spesso parla da solo.
‘Con chi parli?’ gli chiede sempre mia madre.
‘Io? Con nessuno. Ti sembra che abbia detto qualcosa?’
‘È mezz’ora che borbotti e muovi la testa. Io vorrei proprio sapere chi c’è nel tuo capoccione che ti tiene impegnato in queste lunghe conversazioni.’
Lui alza gli occhi al cielo e mormora qualcosa di irripetibile.
Se lo incontrate per la strada non fermatevi a salutarlo. È talmente assorto nei suoi pensieri e nelle sue solitarie conversazioni che non vi riconoscerebbe.
‘Diciamo pure che vive in un mondo tutto suo e non si accorge di nulla.’ si intromette mia madre.
‘Soprattutto degli ostacoli!’ aggiunge mia sorella.
Già, gli ostacoli sono un grosso problema. A Milano è di moda decorare i marciapiedi con tombini sconnessi e buche di varie dimensioni in modo da costringerti a camminare come se stessi giocando a campana. Ma il mio frastornato genitore, ormai l’avrete capito, non fa molta attenzione a dove mette i piedi ed è molto facile che inciampi. Proprio qualche giorno fa, preso da un’immaginaria discussione e avvolto nella sua nuvoletta di fumo, non si è accorto di una radice che usciva fuori dal terreno. Per evitare di cadere si è esibito in uno strano balletto la cui coreografia prevedeva un salto, un “porco qui!”, una mezza giravolta a braccia aperte e una toccatina, involontaria, ma pur sempre una toccatina, al generoso posteriore di un’ignara passante.
 ‘Ma ti sei almeno scusato?’
‘Ecchissenefrega!’ ha risposto lui, ‘era talmente brutta che le ho fatto un favore. Quante volte le sarà capitata una toccatina da un bel signore distinto?’

La maledizione dei bottoni

Mio padre ha la capacità di perdere sempre tutti i bottoni. Dalle giacche, dai cappotti, pure quelli dei pantaloni. La mattina si infila la camicia e: 'Porco di qui, porco di là!'
'Non bestemmiare!' gli urla mia madre.
'Ma ho perso un bottone della camicia.'
'Sai che novità. Non ci hai ancora fatto l'abitudine?'
Passeggi con lui e ad un certo punto senti "ticchete"  e senza neanche guardare sai già che per terra troverai un suo bottone. E' riuscito a perdere anche quelli di riserva che sono cuciti dentro i vestiti e che servono in caso la gente normale inavvertitamente perda il bottone. Ho detto inavvertitamente, non sistematicamente!
'Guarda che seminandoli in giro non troverai mica gli alberi di bottoni!' gli dice sempre mia madre.
'Ufff' risponde lui, 'per una volta che perdo un bottone!'
La mattina stai per uscire di casa e lui ti blocca: 'ferma, dove vai?'
'Vado in università, questa mattina ho lezione.'
'Sì però prima attaccami questo bottone!' perchè naturalmente lui non è neanche in grado di ricucirseli.
'Non potevi sposare un sarto?' dico un giorno a mia madre.
'Che ci vuoi fare, ormai è andata così!' risponde lei rassegnata mentre rovista nella scatola del cucito alla disperata ricerca di un ago.
Ma non è tutto. Questa simpatica caratteristica in realtà è una tara genetica. E per di più ereditaria. Io fortunatamente ho ripreso da mia madre. Ma la perfezione non esiste e su un campionario di quattro figli era inevitabile che almeno uno presentasse gli stessi sintomi. La sorte si è accanita su mia sorella minore.
'Cerca di stare attenta.' le diciamo.
'Io non faccio nulla, non è colpa mia! Ma non potevo essere una figlia illegittima?'
'E allora è colpa mia?' le risponde mia madre.
'Sì, se lo avessi tradito non avrei il dna bacato!'
'Ma piantala, quante storie!' interviene mio padre 'Si vive benissimo anche senza bottoni.'
Sarà anche così, ma mia sorella è disperata. E anche io, visto che pure lei è assolutamente incapace di tenere un ago in mano.
'Questa non è una tara genetica, ma una maledizione!' urla un giorno mia sorella entrando in casa.
'Che è successo?'
'Ho visto in un negozio una giacca bellissima e che costava poco.'
'E perchè non l'hai comprata?'
'Perchè della mia taglia ne era rimasta solo una e a quell' unica mancava un bottone!'