Accade un giorno, il seguito

Accade un giorno che la sottoscritta dopo un attacco di panico durante una risonanza magnetica e una visita rassicurante dall’ortopedico venga obbligata a sottoporsi a un ciclo di ginnastica riabilitativa e a una dieta da campo di concentramento. Accade quel giorno di ritrovarsi in un negozio di articoli sportivi alla ricerca di una tuta che sia comoda e facile da lavare per scoprire che l’universo delle tute ha subito una trasformazione negli ultimi quindici anni e che tra righine rosa, brillantini e prese d’aria strategiche mi sentirei una cubista a una lezione di lap dance. Accade per fortuna di scoprire che abbandonati in un angolino del negozio ci sono dei comodissimi ed economici pantaloni neri adatti allo scopo. Accade pochi giorni dopo di ritrovarsi faccia a faccia con la fisioterapista, una tedesca dal passo deciso e marziale che probabilmente in gioventù è stata la tata di Hitler.
“Tu kome kiama?” mi chiede con quel tono di voce da “sono gentile, ma il mio accento teutonico non mi aiuta.”
“Io sono Nerdina.” le dico un po’ intimorita.
Mi osserva e annuisce con la testa. Poi con la mano mi strizza i rotolini di ciccia: “Kvesti via se tu fa kome dico!”
Poi mi fa stendere su un lettino e comincia a tirare, contorcere e premere con le sue manone. Mi gira, mi impasta e mi rigira. Mi costringe a esercizi fisici che deve aver partorito qualche mente malata. Io soffro ma stringo i denti per non lamentarmi, sudo e sento i muscoli che tirano.
“Tuoi addominali kome mozzarella!” continua lei imperterrita, scuote la testa e si lamenta perché “italiani mollaccioni!”
Dopo un’ora mi ritrovo stanca, sudata e dolorante. La tata di Hitler mi guarda e dice: “Ottimo, finalmente io trovato pane per miei denti. Tu brava ke non ti lamenti come altri mollaccioni!”
Accade il giorno dopo di sentire dolore a muscoli dei quali ignoravo l’esistenza e di pensare che un mese così non passerà mai.
Accade che tra un ordine abbaiato con gentilezza teutonica, un gambo di sedano e una primavera con le idee poco chiare, la sottoscritta scopra che invece il tempo è volato via e che l’ultima seduta di fisioterapia termini con un commosso saluto, perché le separazioni, anche quelle da una fisioterapista sadica, sono sempre tristi. “Tu continuerai a kasa esercizi per tua skiena?” mi dice lei stritolandomi in un abbraccio.
Accade infine di ritrovarsi ogni sera a ripetere quegli esercizi con rigore germanico e di fermarmi stupita a pensare che forse ha ragione mia madre quando mi dice che in fondo ho un animo un po’ crucco.

Quel cesso di Venere

Quando da bambina i miei genitori mi portarono la prima volta dall’oculista la diagnosi fu: “Occhio pigro!” e mi piazzò sul naso un bel paio di occhiali con la montatura azzurrina e la lente corrispondente all’occhio sano leggermente oscurata. Io con quegli occhiali mi sentivo stupida e avevo il terrore che gli altri bambini a scuola mi avrebbero presa in giro. Allora mia madre per tranquillizzarmi mi disse: “Tesoro, non ti preoccupare. L’occhio pigro viene anche chiamato strabismo di Venere e Venere era la dea più bella.” Grazie a questa semplice frase affrontai il mio periodo da quattrocchi credendomi quasi carina. Se oggi guardo le foto di quegli anni penso che veramente avevo l’aria da stupida e mia madre continua a dirmi che ero come Venere.
Dopo aver raccontato questo episodio della mia infanzia, il Panzone gonfia il petto inorgoglito e afferma: “Anche io ho una delle caratteristiche di Venere.” e si sfila le scarpe per mostrarmi che lui ha il secondo dito del piede, quello dopo il pollicione per intenderci, più lungo di tutte le altre dita.
“Panzone, non vorrei offenderti, ma di solito questo dettaglio è tipico delle donne di straordinaria bellezza.”
“E secondo te io non potrei essere una donna di straordinaria bellezza?” chiede lui in tono di sfida.
“No, al limite puoi fare la donna barbuta al circo!”
Il Panzone emette uno strano verso e si gira dall’altra parte offeso.
Ma Panzone a parte vogliamo parlare un po’ di Venere? La più bella tra le dee che faceva innamorare tutti: mortali, immortali, semidei, per non parlare di qualche avventuretta con animali di vario genere. Per non citare tutti gli amanti cornificati e cornificatori perché si sa, nella mitologia bastava respirare per ritrovarsi con un bel palco di corna. Questa simpatica signorina, oltre a far sospirare e a essere un’amante dell’amore aveva delle caratteristiche fisiche ben precise che sono state tramandate fino a noi come simbolo di inarrivabile bellezza. Eppure se uno ci pensa bene… Insomma Venere era nota per il suo piccolo impercettibile strabismo, per delle simpatiche rughe alla base del collo, il piede alla greca, dita delle mani più lunghe del palmo, linea degli addominali obliqui tendente verso il basso, i capelli biondi ma che all’attaccatura biondi non sono.
“Bella e poetica l’immagina della nostra Venere, ma la mia dea sei tu.” dice il Panzone in un momento di sgradevole e diabetico romanticismo.
Bella un par di ciufoli! Stiamo parlando di una donna con gli occhi storti, il collo rugoso, il dito dopo il pollicione come quello del Panzone, le mani sproporzionate, con la pancetta e la ricrescita perché è troppo impegnata a correr dietro ai suoi amorazzi per fare un salto dal parrucchiere. In parole povere stiamo parlando di un cesso ambulante che per secoli e secoli è stato il nostro ideale di bellezza e che abbiamo usato come scusa per accettare i nostri difetti. Quindi, amore Panzone, la prossima volta che mi dirai che sono bella come una dea non prendertela se non lo considererò come un complimento!

Accade un giorno per caso

Accade un giorno per caso che la sottoscritta Nerdina decida di cimentarsi nello sport estremo di allacciarsi le proprie scarpe. Accade quel giorno per caso che chinandosi per mostrare la propria bravura in tale esercizio fisico la stessa Nerdina senta provenire un rumoroso “crac” dalla propria schiena, un dolore fortissimo da togliere il fiato e la constatazione che è lei stessa a emettere quel grugnito da cinghiale ferito. Accade sempre quello stesso giorno e ormai non più per caso che il cinghiale ferito pensi a un colpo della strega da far vedere le stelle e cerchi con tutta la forza che gli è rimasta di rimettersi in piedi per dare a tutti l’impressione che sì, il dolore c’è, ma è possibile controllarlo. Ma dopo più di una settimana di esercizi spirituali per non sentire gli stimoli del proprio corpo, di antidolorifici e di una schiena che ormai è dritta, drittissima, forse troppo, tanto da sentirsi chiedere se abbia ingoiato una scopa (per non dire cose più volgari) finalmente decide di consultare il proprio medico. Accade così (e ormai il caso è andato a farsi benedire) che il medico smanacci la schiena di Nerdina come un pizzaiolo acrobatico lancia in aria la pasta della pizza per poi stabilire che non c’è niente di meglio di una bella risonanza magnetica. E infine accade che il fatidico giorno della risonanza magnetica Nerdina scopra di soffrire di claustrofobia e di non essere in grado di resistere tutto quel tempo in un macchinario che somiglia ai tubi di espulsione dei sottomarini sovietici che tanto piacciono al Panzone. Ora Nerdina ha in mano il referto di una risonanza magnetica non completa ma sufficiente a scoprire che il “crac” sentito quel giorno è un’ernia e sa che per valutare meglio la situazione sarà costretta a ripetere l’esame. Per fortuna ha scoperto l’esistenza di un posto bellissimo, purtroppo privato, dotato di macchinari pensati proprio per chi non ne vuol sapere di far la parte del siluro sovietico.

Il pirata Panzone

Ci sono dei giorni che devono essere rigorosamente segnati sul calendario in mezzo alla lista dei compleanni e degli anniversari. Sono quei giorni in cui ti accade qualcosa di particolare e straordinario che non vuoi assolutamente dimenticare, quegli eventi inaspettati che ti trovano ancora mezza stordita dalla piacevole novità. Così mi sono sentita quando il Panzone ha annunciato con voce decisa: “ Devo comprare una nuova camicia!”
Ho già parlato della sua educazione da monaco di clausura e delle conseguenze che questo ha avuto sul suo abbigliamento, inoltre il Panzone non ha un buon rapporto con i negozi di vestiti. Riavutami dallo shock iniziale mi rendo conto che quella semplice frase detta dal Panzone in realtà deve essere letta così: “ Vieni con me per negozi perché non so neanche da che parte della città andare e se vuoi scegliere tu la camicia mi fai un gran favore. Poi se proprio mi vuoi bene potresti anche controllare che taglia porto perché io a malapena conosco il significato di questa parola.”
Dopo aver inutilmente cercato di convincere mia madre a venire con me perché in due un Panzone che fa shopping si sopporta meglio e dopo aver capito che il suo “No!” quasi urlato in realtà vuol dire “Abbino camicie e cravatte a tuo padre da più di quarant’anni, il tuo fidanzato te lo gestisci da sola.” la sottoscritta si ritrova nel reparto uomo di un centro commerciale.
“Ancora non capisco perché mi vuoi obbligare a provare le magliette.” dice il Panzone tirando la tenda del camerino.
“Dovrai pur sapere se la panza c’entra tutta!” ma non faccio in tempo a finire la frase che sento un urlo e un gran rumore. Da sotto la tenda del camerino spuntano le lunghe gambe del Panzone come se si fosse seduto per terra. Mi affaccio perplessa per capire meglio e lo trovo con le mani sull’occhio destro mentre ulula e si contorce.
“AhhhhhhhUhhhhhhh!” si lamenta mentre scivola sempre di più per terra e agita le gambe.
Visto che ha uno spiccato senso per la teatralità non prendo subito sul serio questo suo strano balletto:
“Quante storie pur di non provare una maglietta!”
“AhhhhhhUhhhhhh!” continua lui contorcendosi come se fosse in punto di morte. Mi avvicino e tra un ululato e l’altro riesce a dirmi che gli è entrato nell’occhio il cartellino del prezzo.
Così dal centro commerciale mi ritrovo nella sala d’aspetto del pronto soccorso oftalmico. Sul certificato medico c’è scritto “lesione alla cornea”. Non abbiamo comprato nessuna camicia, il Panzone ha un occhio bendato e mi spaventa il fatto che lui sia felice del suo nuovo look da pirata.

Il Cosacco del Naviglio

Ama il freddo alla follia, si definisce comunista e parla il russo. È un ufficiale politico mandato a spiare lo sgangherato capitalismo italiano? No, è semplicemente il Panzone attualmente soprannominato il Cosacco del Naviglio. Visto il gelo siberiano di questi giorni, gira per Milano con un vistoso colbacco di pelo regalatogli dalla sottoscritta e da lui definito “il più bel regalo che abbia mai ricevuto dalla caduta del muro di Berlino”.
Nel 1989 il Panzone aveva appena tredici anni e di fronte alla madre che voleva fargli studiare l’inglese portò avanti la sua prima battaglia e puntando i piedi ottenne l’iscrizione al corso di russo. Nei suoi occhi da bambino c’erano il cosmonauta Jurij Gagarin, i treni persi nella neve della Siberia e il sogno di sbronzarsi con la vodka. Negli stessi anni, a circa seicento chilometri di distanza, la sottoscritta all’epoca settenne chiusa nella propria cameretta giocava con le Barbie alla rivoluzione francese insieme alla sorellina. “Brava compagna!” esclama il Panzone dandomi una pacca sulla spalla.
“Ma quale brava!” protesta mio padre, “tornavo dall’ufficio stanco morto e passavo le serate a incollare teste di bambole per delle figlie che somigliavano sempre di più a Robespierre.” E così le nostre Barbie, dopo il bagno di colla cui le sottoponeva mio padre, da damine settecentesche prendevano un aspetto andreottiano con quella la testa incassata sul collo che non si poteva più muovere.
Ma il Cosacco del Naviglio non si cura di questi dettagli e riprende la sua marcia nella neve milanese andando a infilarsi di proposito nei mucchi più alti perché “non sono mica una mammoletta!” Aspira a pieni polmoni l’aria fredda a torso nudo sul balcone di casa e di nascosto da me prende gli antidolorifici per il torcicollo, perché nessuno, neanche il più vero dei russi, è immune ai colpi di freddo.

Letto volante

Il Panzone domestico è uno strano animale che si aggira per casa strusciando le ciabatte, i capelli scomposti sulla testa e una felpa di un blu scolorito con una perenne macchia di sugo proprio nel punto in cui la panza è più panza che mai. Ha scelto come tana l’appartamento che era dei nonni e non avendo tempo, voglia e risorse economiche per arredarlo con mobili nuovi ha mantenuto tutto, ma proprio tutto, così come gli è stato lasciato. Inoltre bisogna ricordare che il Panzone è stato allevato secondo i più rigidi principi monastici e per questo motivo qualsiasi vestito, oggetto o mobile viene da lui usato fino al completo disfacimento. Ho visto magliette che voi umani non potete immaginare mentre il Panzone serafico dichiarava: “È nuovissima, l’ho comprata il primo anno di liceo.” Accade così che un giorno il letto, già rotto e aggiustato innumerevoli volte, dichiari: “Io non ce la faccio più.” per poi lasciarsi andare a terra senza vita.
“E ora ?” chiede il Panzone.
“E ora finalmente andiamo all’Ikea a comprare un letto nuovo.” gli rispondo io felice.
Inutile dire che all’Ikea il Panzone sceglie il letto più economico e in super sconto. Unico lusso ammesso: un letto un po’ più lungo del normale, perché essendo lui un panzone alto un metro e novanta vuol provare l’ebbrezza di una dormita con i piedi poggiati sul materasso.
Rifiutata la mia proposta di comprare delle lenzuola più grandi “le mie lenzuola si adatteranno!” e rifiutata la proposta del commesso di farsi portare a casa la merce “non ho soldi da buttar via!” ci ritroviamo nel parcheggio a cercare di rendere possibile l’impossibile: caricare uno scatolone contente un letto lungo più di due metri in un’automobile da me affettuosamente soprannominata ‘pantofolina’.
È in quel preciso istante che il Panzone ha la prima idea geniale: montare le barre porta pacchi e legarci sopra il letto. Mentre io lo supplico di prendere in considerazione la proposta del commesso il Panzone ha la seconda idea geniale: prendere la tangenziale per non doversi infilare nel traffico milanese e ridurre al minimo il percorso.
“Panzone, non mi sembra il caso. Lascia stare la tangenziale.”
“Non rompere, so quel che faccio.” mi zittisce lui.
Non ricordo da quanto tempo eravamo in viaggio, né a che altezza della tangenziale ovest, ricordo solo che all’improvviso un letto nuovo di pacca ha spiccato il volo dal tetto di un’automobile blu per poi sparire in una nuvoletta di detriti. Ci fermiamo in corsia di emergenza, il Panzone mi mette in mano il cellulare: “Chiama l’assistenza stradale, nel frattempo io scendo e tolgo i resti dalla strada.” Non riesco a dirgli che secondo me quella è la terza idea geniale della giornata che lui è già scomparso.
“Buon giorno, chiamo per avvertire che il Panzone ha lanciato un letto in tangenziale” dico alla centralinista dell’assistenza.
“Un letto?” mi chiede quella, “signora è sicura di sentirsi bene e di essere sobria?”
“Sto benissimo, grazie. Sono un po’ preoccupata per il Panzone che sta cercando di fermare il traffico per raccogliere i resti, sempre che ce ne siano. Non potreste mandare qualcuno ad aiutarlo? Non vorrei rimanere vedova prima ancora di sposarmi.”
Sarà stata la curiosità di vedere un letto volante o la necessità di non condannare una giovane donna a una prematura vedovanza, onestamente ancora non l’ho capito, ma l’assistenza stradale è intervenuta nel giro di pochi minuti riportandomi indietro un Panzone che stringeva in mano i resti di quello che poche ore prima era una testiera in ferro.
“Beh, ora ho un letto anticato!” dichiara il Panzone guardando quell’ammasso informe.
Per decenza e correttezza nei confronti dei miei pochissimi lettori la mia risposta al Panzone è stata censurata.

Tutti i miei animali

Un giorno guardai mia sorella e mia sorella guardò me.
“Hai qualcosa di diverso, la tua mascella ha preso una strana forma mussoliniana.” le dissi con diplomazia.
“Vedessi la tua, sembra tu abbia ingoiato un ferro da stiro.”rispose lei con tatto.
Decidemmo così di andare dal medico di famiglia per scoprire cosa fosse quell’attacco di mascellite che aveva colpito entrambe. Il medico ci guardò con aria pensosa, ci controllò la gola e poi sbuffò. Prese il blocco delle ricette e scrisse per un tempo indefinito che a noi sembrò lunghissimo.
“E quindi?” azzardò mia sorella.
“Linfonodi ingrossati. Esami del sangue. Così scopriamo che infezione è.”
Col suo modo di fare asciutto e telegrafico ci spedì a farci bucherellare le braccia da quello che noi in casa abbiamo sempre chiamato il medico Vampiro. Dopo una settimana di attesa col fiato sospeso arrivarono finalmente gli esiti delle analisi. In mezzo a un papiro di numeri incomprensibili si nascondeva lui, un piccolo asterisco che mi guardava beffardo. “Sono qua tra l’ematocrito e le piastrine.” mi disse quell’essere sconosciuto. Tornammo dal medico per capire meglio: “Toxoplasmosi.” fu la sua diagnosi e questa volta ci spedì al reparto ‘malattie infettive e tropicali’ dell’ospedale Sacco. Lì, tra poster di ragni tropicali e opuscoli informativi sulla febbre gialla, un medico ci guardò la lingua e le orecchie. Poi ci auscultò, pizzicò la pancia a entrambe e infine ci chiese di parlargli dei nostri animali.
“Attualmente l’unico animale che gira per casa è il Panzone, il mio fidanzato.”
Il medico alzò un sopracciglio e disse: “Altre bestie? Cani, gatti o iguane? Anche animali che non avete più.” Fu così che quella visita medica divenne quasi una seduta di psicoanalisi durante la quale ripercorremmo la nostra infanzia a caccia delle povere bestiole finite tra le nostre mani. Dai conigli di mio nonno materno che un giorno si improvvisò allevatore, purtroppo con scarso successo visto che morivano tutti; ai criceti di mia sorella maggiore che si riproducevano senza sosta e mangiavano foglie di insalata e carote. Dalla tartarughina tristemente chiamata VerdinGiallina e sbadatamente dimenticata da mio fratello sul balcone di casa in pieno agosto a Emma, una bellissima cagnolina bianca e nera che aveva l’abitudine di leccarci i piedi.  Per non parlare di Pippo e Titti, una coppia di pappagallini la cui storia avrebbe fatto impazzire Bruno Vespa. Infatti Pippo si rivelò un terribile uxoricida e anche quando provammo a mettergli accanto una nuova Titti uccise ancora. Ma questa è un’altra storia e senza il plastico della gabbietta non è facile raccontarla.

La teoria dei calzini

Pare che il caos che regola l’universo abbia uno strano senso dell’umorismo e si diverta a dividere quel che nasce accoppiato. Non c’è bisogno di scomodare la fisica per capirlo, basta osservare quello che accade intorno a noi. Prendiamo i guanti. Sì, quelli belli di vera finta pelle che ci sono costati una piccola fortuna. Poi un giorno scendi dall’auto, ti infili le mani in tasca per prenderli e ne trovi uno solo. E l’altro dov’è finito? Riapri l’auto, cerchi sotto al sedile, sposti il tappetino, sei quasi tentato di guardare nel vano motore. Del guanto non c’è traccia. La stessa cosa quando fai il bucato: quel che entra nella lavatrice accoppiato ne esce rigorosamente single. In un’orgia di slip, reggipetto e asciugamani, complici un ciclo economico e una centrifuga sbarazzina, le coppie scoppiano e non sempre è possibile rimetterle insieme. Guardi il cestello vuoto e azzardi strane teorie per spiegare la misteriosa scomparsa di una calzetta a righe bianche e rosse. Il suo compagno gocciola solo soletto sullo stendibiancheria. Aspetterà il ritorno dell’altro chiuso nel cassetto e si consolerà sniffando un po’ di lavanda messa lì a profumare.
Da quando non ho più il mio piccolo blog mi sento il calzino perso  nei meandri di una lavatrice famelica. E il Panzone, anche se non lo ammetterà mai, si è un po’ stufato dell’odore di lavanda. Quindi fuori i calzini dall’armadio, è arrivato il momento di ricominciare. 
“Questo paragone con i calzini non mi esalta particolarmente, preferivo il guanto.” protesta lui.
“Pazienza, non posso mica accontentare tutti.”

Galeotto fu il Capitale e chi lo scrisse

Ho conosciuto il Panzone facendo attività politica e tra volantinaggi e interminabili riunioni di partito è sbocciato l’amore. La prima volta che lo vidi aveva un paio di occhialetti tondi che gli davano un’aria da vorrei assomigliare a Gramsci anche se non ho abbastanza capelli. Progettava la rivoluzione e la dittatura del proletariato, fumava sigarette puzzolenti e mi chiamava Compagna. Un giorno si presentò alla mia porta dicendomi: “I compagni portoghesi mi hanno invitato alla loro festa di partito. Vogliono fare un gemellaggio con i compagni italiani per progettare la rivoluzione insieme. Vieni con me.” Io, che ormai pensavo che giocare a fare il comunista è bello ma alla lunga stanca, declinai l’offerta. “Ti manderò una cartolina!” disse partendo con lo zaino in spalla e io con una stretta al cuore pensai: “Troverà una bella portoghese più compagna di me e non tornerà più.” Per fortuna, non so ancora se mia o sua, il Panzone decise di tornare. “Ti ho portato dei regali bellissimi!” e tirò fuori dal suo zaino una bottiglia di birra con un’etichetta rossa e oro e le scritte in cirillico e una maglietta blu con sopra il simbolo della DDR. “Che belli!” feci io con voce poco convinta, “Però la cartolina non me l’hai mandata.” Il Panzone giurò sulla rivoluzione, sul Partito e sulle cooperative rosse che la cartolina l’aveva spedita già il primo giorno e che se non era arrivata era colpa delle poste capitaliste.
Ancora oggi la cartolina non è arrivata, ma io non perdo la speranza. Forse un giorno, quando sarò una vecchietta sdentata e ingobbita, la troverò nella cassetta della posta. Così finalmente saprò che il Panzone in Portogallo si era ricordato di me invece di correre dietro alle compagne portoghesi.
“Guarda che se da vecchia diventi sdentata e ingobbita io scappo di nuovo in Portogallo.”   

Toccata e fuga

Mio padre ha un modo tutto suo di passeggiare. Cammina a passo deciso, tiene le braccia incrociate dietro la schiena e lo sguardo fisso per terra. Con la sua fedele pipa in bocca manda così tanti sbuffi di fumo da sembrare una vecchia locomotiva a vapore. Spesso parla da solo.
‘Con chi parli?’ gli chiede sempre mia madre.
‘Io? Con nessuno. Ti sembra che abbia detto qualcosa?’
‘È mezz’ora che borbotti e muovi la testa. Io vorrei proprio sapere chi c’è nel tuo capoccione che ti tiene impegnato in queste lunghe conversazioni.’
Lui alza gli occhi al cielo e mormora qualcosa di irripetibile.
Se lo incontrate per la strada non fermatevi a salutarlo. È talmente assorto nei suoi pensieri e nelle sue solitarie conversazioni che non vi riconoscerebbe.
‘Diciamo pure che vive in un mondo tutto suo e non si accorge di nulla.’ si intromette mia madre.
‘Soprattutto degli ostacoli!’ aggiunge mia sorella.
Già, gli ostacoli sono un grosso problema. A Milano è di moda decorare i marciapiedi con tombini sconnessi e buche di varie dimensioni in modo da costringerti a camminare come se stessi giocando a campana. Ma il mio frastornato genitore, ormai l’avrete capito, non fa molta attenzione a dove mette i piedi ed è molto facile che inciampi. Proprio qualche giorno fa, preso da un’immaginaria discussione e avvolto nella sua nuvoletta di fumo, non si è accorto di una radice che usciva fuori dal terreno. Per evitare di cadere si è esibito in uno strano balletto la cui coreografia prevedeva un salto, un “porco qui!”, una mezza giravolta a braccia aperte e una toccatina, involontaria, ma pur sempre una toccatina, al generoso posteriore di un’ignara passante.
 ‘Ma ti sei almeno scusato?’
‘Ecchissenefrega!’ ha risposto lui, ‘era talmente brutta che le ho fatto un favore. Quante volte le sarà capitata una toccatina da un bel signore distinto?’

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